La Resistenza
Dal 1939 l'occupazione nazista aveva modificato la carta dell'Europa: al culmine delle sue conquiste la Germania controllava una popolazione di 250 milioni di abitanti. I popoli dei paesi invasi, però, trovarono la forza morale di ribellarsi e organizzarono la resistenza, la lotta armata contro il dominio nazista.
La Resistenza italiana
L' 8 settembre 1943 è una data che segna un avvenimento eccezionale della storia italiana: il fascismo era caduto da poco più di un mese, gli eserciti inglese e americano avevano già occupato la Sicilia e stavano risalendo la penisola senza quasi trovare resistenza; dopo segrete e laboriose trattative, che si erano svolte all'insaputa dei Tedeschi fino ad allora nostri alleati, il governo italiano riuscì ad ottenere l'armistizio. L'annuncio lo diede il capo del governo, il maresciallo Pietro Badoglio, con un breve messaggio letto alla radio la sera dell'otto settembre. Agli Italiani la guerra sembrò finalmente finita, ma l'illusione della pace durò poco. I Savoia, i ministri, la corte del re, lo stato maggiore dell'esercito abbandonarono in fretta Roma e fuggirono a sud incontro agli Alleati senza lasciare disposizioni, neppure per la difesa della capitale dalle inevitabili rappresaglie tedesche. Era infatti evidente a tutti che i Tedeschi non se ne sarebbero stati pacificamente a guardare, mentre il loro principale alleato europeo, l'Italia, li abbandonava. I Tedeschi incominciarono ad occupare le caserme e a schiacciare le sparse opposizioni, quindi fondarono la repubblica di Salò. Numerosi ufficiali e soldati in fuga dalle caserme, e che rifiutavano l'arruolamento nel nuovo esercito nazifascista, andarono in montagna e si unirono alle formazioni partigiane già esistenti, o formandone altre, dimostrandosi ben presto per le loro competenze professionali di grande utilità per la guerra resistenziale.
Alla guerra patriottica dei soldati e degli ufficiali che rifiutarono di arrendersi ai Tedeschi, si accompagnò una guerra di Italiani contro Italiani: da una parte stavano i fascisti aderenti alla repubblica dall'altra coloro che rifiutavano qualsiasi forma di collaborazione con loro e con i Tedeschi. Tutte queste persone costituirono i nuclei di resistenza partigiana che organizzavano azioni di guerriglia e di sabotaggio. Da subito cominciarono, da parte di fascisti e tedeschi, i rastrellamenti, durante i quali le zone ritenute covo dei partigiani erano perlustrate metro per metro con grande spiegamento di forze. I partigiani catturati erano torturati e impiccati, i villaggi che li ospitavano venivano per rappresaglia dati alle fiamme, tutti i loro abitanti erano massacrati, compresi i vecchi, le donne e i bambini. Nonostante queste atrocità, la lotta continuava e la resistenza dette un significativo contributo alla guerra di liberazione degli Anglo-Americani e alla costruzione della futura democrazia.
La Resistenza a Cairo
Testimonianza del sig. Angelo Ghiso, membro del direttivo dell’A.N.P.I. di Cairo
"La lotta partigiana, che nacque in Italia dopo l'8 settembre del 1943, era già stata preparata durante il periodo della dittatura dall'opposizione antifascista di molti uomini, che pagarono spesso la loro scelta coraggiosa con la morte, con il carcere, con il confino o con l'esilio; ricordo tra gli altri Matteotti, don Minzoni, Gramsci, Gobetti. Anche coloro che combatterono sui vari fronti della 2° guerra mondiale, nella campagna d'Africa, in Russia, in Grecia, per ordine del fascismo dettero, con la loro drammatica esperienza, un importante contributo alla Resistenza che fu quindi un fenomeno di tutta la società civile antifascista . Militanti di futuri partiti politici, ex militari, medici, operai, studenti, contadini, professionisti, religiosi erano tutti accomunati dallo stesso amore per la libertà e la storia ha offerto loro l'opportunità di lottare per la libertà.
Le "grange" diventavano aule d'università dove si imparava a parlare, a discutere, a dibattere su tutto, cosa che quella generazione non aveva mai potuto fare essendo cresciuta sotto una dittatura, e tutti insieme preparavano la futura Italia antifascista. Il 25 aprile, secondo me, è l'anno zero che ha spazzato via un passato di oppressione e di ingiustizia e che ha creato le condizioni perché anche le donne potessero partecipare a pieno diritto alla vita politica nella nuova società democratica.
lo nel 1943 avevo 12 anni e ho vissuto tutta la resistenza, mio fratello era partigiano e durante la guerra ci spostammo nella valle Funga, in una casa rurale. Sono cresciuto con le prime formazioni partigiane e quei giovani che ne facevano parte, e che ora sono nonni, chiamavano se stessi i "ragazzi della resistenza". Fu un'esperienza bella per me perché lì ho imparato il valore della libertà che mi ha consentito di fare anche una scelta politica che conservo tuttora. Sentivo parlare liberamente di politica Saetta e tanti altri, in seguito ho capito la vera importanza di quei dibattiti, io che provenivo da una scuola e da un'educazione fascista.
Data la mia giovanissima età, il mio ruolo nella resistenza fu quello di staffetta. Avevo diversi compiti, che escludevano però il combattimento: ad esempio, nelle vicinanze dell'ex riformatorio, oggi sede della polizia penitenziaria, abitava la signora Rosa il cui marito possedeva una radio. Essi ascoltavano di nascosto radio Londra, trasmissione a quel tempo proibita perché voce del nemico e io riferivo ai partigiani le novità che apprendevo sullo svolgimento della guerra, come lo sbarco degli Alleati in Sicilia e in Normandia.
In valle Funga vi era un casolare dove noi staffette vivevamo e in prossimità del quale si trovava un'altura che permetteva di sorvegliare i tre accessi alla valle e avvistare eventuali fascisti o tedeschi, in mezz'ora era possibile raggiungere le postazioni partigiane di Pianelazzo, Ravagni e il Pilone ed avvertire del pericolo. Solo una volta non potei segnalare l'arrivo di un gruppo di SS perché, pur essendo di guardia, non li vidi in quanto giunsero da una zona inaspettata.
Anche molte donne erano staffette, come la sorella e la madre del comandante partigiano Tom: portavano munizioni, caricatori, notizie; la madre partiva da Ponterotto e in dieci minuti arrivava in Valle Funga, l'80% degli allarmi di previsti rastrellamenti li portò lei. Noi staffette non conoscevamo la precisa collocazione delle squadre partigiane e neppure il loro sistema di collegamento; il motivo principale di tale prudenza era la presenza di spie. Durante un rastrellamento avevano preso sette partigiani, tra cui mio fratello, a causa di spie che tra l'altro erano di Cairo e che, smascherati, verranno fucilati prima della fine della guerra.
Un giorno si presentò un giovane che mi chiese di essere accompagnato presso uno dei gruppi partigiani per potersi unire a loro. Io ero un ragazzo, e quindi ingenuo, non sospettai si trattasse di una spia: lo accompagnai sul Gioino, gli indicai i Ravagni, dove sapevo trovarsi il distaccamento Briala. Per fortuna tra i partigiani c'era un savonese che era stato nella GRN, Guardia Repubblicana Nazionale o Brigate Nere, lo riconobbe. Il giovane fu accompagnato dal Biondino e venne impiccato a S.Giulia. Fu ancora per colpa di una spia che Giuseppe Fedele, mentre stava per raggiungere i partigiani. Dopo aver trascorso una notte in un cascinale, fu colpito a morte dai fascisti. Una via, in località S.Anna, ricorda il suo sacrificio.
L'organizzazione partigiana era di tipo militare: squadre, distaccamenti, brigate, divisioni. La brigata partigiana che operava da noi era denominata "Savona" ed era comandata da Bacchetta.
Durante un rastrellamento, se il gruppo partigiano riusciva a rompere l'accerchiamento e avveniva un combattimento, oltre ai morti, potevano esserci dei prigionieri da ambedue le parti, ma per i partigiani era meglio morire che essere catturati dal nemico il quale era particolarmente crudele e feroce. Nell'edificio dove ha oggi sede la polizia penitenziaria, infatti, vi era una prigione in cui i nazifascisti torturavano gli oppositori. Gli scontri erano le occasioni per potersi rifornire di armi, altre opportunità per i partigiani di prendere armi, cibo e prigionieri da poter poi scambiare con loro compagni catturati erano gli assalti alle caserme militari del fondovalle.
Un giorno al Pilone furono catturati da Tom due tedeschi, non SS ma militari della Wehrmacht, uno di questi era un colonnello. Furono processati e poi fucilati. Qualcuno rimase stupito e sgomento che un ufficiale di così alto grado e di un esercito che aveva dominato l'Europa finisse in questo modo; umanamente fu certo una cosa triste, ma si era in guerra.
I comandanti partigiani agivano secondo il codice di guerra e c'erano regole ben precise da rispettare prima di prendere decisioni anche estreme, ad esempio Livio Ferraro era un comandante corretto e intelligente, il prigioniero lo consegnava al CLN (Comitato di Liberazione Nazionale), lo Stato Maggiore della Resistenza, che aveva varie dislocazioni nel Nord Italia.
Le armi partigiane erano soprattutto step, machine-pistole, mitragliatori sottratti alle caserme militari o durante i combattimenti, solo alcune provenivano dai lanci alleati, ma la difficoltà maggiore non era tanto nella penuria di armi quanto di munizioni e ciò non consentiva un adeguato allenamento per cui spesso si arrivava agli scontri col nemico senza una buona conoscenza dell'uso dell'arena che si imbracciava.
Tutti i partigiani avevano un nome di battaglia che loro stessi si sceglievano: passavano dal casolare che controllava l'accesso alla Valle Funga, chi disertava chiedeva un abito civile per raggiungere la famiglia oppure per unirsi ai partigiani e noi staffette li accompagnavamo da uno dei comandi della zona dove nessuno chiedeva loro nulla, solo un soprannome. Questo è uno dei motivi per cui è stato, in seguito, difficile ricostruire certi momenti della Resistenza e certe storie personali. Saetta, Lupo, Smith, Tito, Tarzan, Mimmo, Tom, Biondino erano alcuni dei nomi di battaglia di partigiani delle nostre zone. Ogni divisione teneva un registro con questi nomi che, nascondendo la vera identità di ciascuno, rappresentavano una maggior sicurezza per sè, per i compagni e per la famiglia.
Il motivo per cui molte vie di Cairo Nuovo sono intitolate a partigiani è uno solo, sono caduti per la libertà, e non importa la fede politica o religiosa che li animava. Alcuni erano morti in combattimento: Livio Ferraro cadde in un'imboscata, Remo Briata fu ucciso durante il massacro di Castelletto - Monesiglio; al Baglio una lapide ricorda quattro ufficiali dell'esercito fatti prigionieri a Val Casotto, torturati per un mese e fucilati appunto in località Buglio; per estrema offesa fu ordinato allo spazzino comunale di trasportare sul carretto dei rifiuti i loro corpi fino al cimitero; Guido Ferraro che aveva 16 anni fu fucilato, dopo aver visto morire tutti i suoi compagni, presso il cimitero di Monesiglio.
Per altri, che non erano stati uccisi, fu scelto l'atto più coraggioso della loro esperienza partigiana. Tom, ad esempio, pur gravemente ferito, rifiutò di essere portato via per farsi medicare finchè tutti i suoi partigiani non fossero stati al sicuro. A lui è stata intitolata la passerella sul fiume Bormida "Passerella Giuseppe Milano", il suo vero nome.
Tutti hanno ottenuto una medaglia d'argento o d'oro per il loro comportamento eroico.”
Testiomonianza del sig. Riccardo Verbena, staffetta partigiana
"Durante la guerra le persone erano spesso scalze, con vestiti vecchi e lisi, mangiavano pane nero e non sempre riuscivano a sfamarsi come avrebbero voluto. In questo periodo il riformatorio divenne una specie di galera con 80 celle dove rinchiudevano i partigiani che venivano picchiati e torturati. Ciò, in quanto l'8 settembre 1943 fu annunciato l'armistizio e alcuni aderirono al governo nazifascista della repubblica di Salò e altri divennero partigiani, nascondendosi in collina o in montagna.
Ho conosciuto molti combattenti della Resistenza, tra gli altri Alisei, Fumagalli, il Biondino, Bomba, Milanesi, Bacchetta e Gallesio. Facevo la staffetta e portavo le armi ai partigiani, il mio nome di battaglia era Capè Rus perché portavo sempre un cappello rosso.
Un giorno ebbi il compito di aspettare alla stazione di Rocchetta trenta giovani repubblichini, cioè aderenti alla Repubblica di Salò, che volevano disertare. Li accompagnai a Cortemilia dove si unirono poi a diverse bande partigiane (ogni banda era costituita da un centinaio di persone).
Spesso per rappresaglia i tedeschi bruciavano le case, come avvenne a Santa Giulia nell'agosto del 1944; fu in quel frangente che venne anche uccisa Teresa Bracco.
Una volta ho assistito alla cattura di un ragazzo repubblichino, convinto fascista, che, nonostante i ripetuti tentativi di farlo passare dalla parte partigiana, non volle cambiare idea e preferì essere fucilato.
La mia drammatica esperienza, anche se lontana nel tempo, è ancora così viva da farmi pensare quanto è sbagliato regalare armi giocattolo ai bambini di oggi, perché in questo modo si favorisce l'aggressività verso gli altri che bisognerebbe invece reprimere.
Ecco un episodio curioso e divertente. Grazie alla mia agilità e giovinezza, ero stato scelto per il compito di interrompere la linea telefonica che all'epoca era costituita di fili di rame (questi fili venivano poi raccolti dai contadini della zona per fare il verderame ossia un prodotto che protegge la vite dai parassiti). Un giorno, in cui stavo arrampicato su un palo, indossando vestiti rubati, a tagliare i fili, si avvicina un partigiano che mi intima: - Scendi giù con le mani in alto!
Io rispondo: - Come faccio a tenere le mani in alto in questa posizione? Alla ripetuta minaccia scendo, vengo riconosciuto e il partigiano mi dice: - Se mi partiva un colpo, ti ammazzavo!
E io: - Ma tu, prima di sparare, fai attenzione a chi spari!
Le rappresaglie tedesche erano terribili e ne avvenivano anche qui a Cairo: radunavano in piazza gli uomini presi durante i rastrellamenti o anche prelevati nelle prigioni, li mettevano in fila, contavano e il decimo era destinato alla fucilazione; per ogni tedesco ucciso uccidevano 10 ostaggi. Don Toselli, l'allora parroco di Cairo, era un prete coraggioso che affrontò spesso i tedeschi e riuscì a salvare parecchie vite umane. Fu per merito suo se Cairo non fu bruciato prima della ritirata delle forze nazifasciste.
Il periodo più duro per i partigiani era quello invernale: furono tre lunghi inverni durante i quali si soffriva il freddo, ci si rifugiava in vecchi mulini, casolari, granai o fienili; c'erano la difficoltà di trovare cibo, il rischio di essere visti se ci spostavamo - gli alberi privi di foglie non offrivano più un riparo - e le notti erano spesso rischiarate dai bengala che, incendiandosi, illuminavano vaste zone. C'era poi l'aereo degli Alleati, Pipietto, che gettava bombe; alcune di queste bombe sono state ritrovate inesplose dopo la guerra.
Una volta ho costruito una vera e propria tana nella terra sotto una vecchia casa per nascondervi un comandante di brigata con la moglie, il padre, tre guardaspalle e una cassetta con tutti i suoi beni. Fu un nascondiglio sicuro perché spesso i tedeschi, quando facevano irruzione, infilavano le sciabole in ogni angolo per scoprire eventuali rifugiati. Nei nostri rifugi, soprattutto se c'erano dei prigionieri repubblichini, non eravamo mai tranquilli e due sentinelle erano sempre appostate per avvertire di eventuali arrivi di nemici o impedire la fuga dei prigionieri. Avere dei prigionieri era un peso enorme poiché era necessaria una sorveglianza continua, bisognava nutrirli, portarli con sé durante gli spostamenti, eppure, nonostante ciò, a mio ricordo solo uno venne ucciso.
Finita la guerra, nei primi giorni dopo la Liberazione continuava ad essere pericoloso muoversi e stare allo scoperto perché c'erano ancora fascisti armati: a Savona ad esempio si appostavano dei cecchini che sparavano nella zona della Torretta e in piazza Mameli, uccidendo partigiani e passanti, alcuni venivano gettati in acqua e, quando risalivano a prendere fiato, erano colpiti; l'acqua del porto era rossa dì sangue.
Dopo la guerra, nella prigione di Cairo dove prima erano rinchiusi e torturati i partigiani, vennero incarcerate le Brigate Nere e ad alcune ragazze, accusate di aver fatto amicizia con i tedeschi, furono rasati i capelli in segno di disprezzo."
Nel Monumento ai caduti di piazza della Vittoria vi sono una campana, ideata dal partigiano Antonio Gallesio "Tonino" che alla sera suona 21 rintocchi, e una lapide con incise le parole di un cairese veterano della campagna di Russia che dice:
"Persone che passate davanti a questo luogo sacro,
fermatevi quando la campana suona i rintocchi
perché ricorda questi caduti che obbedendo al dovere
morirono credendo ad un domani migliore"
La Seconda Guerra Mondiale e la tragedia della deportazione
Testimonianza di un deportato politico
"Nel 1944 avevo 15 anni e lavoravo all'Ilsa di Savona come operaio quando le maestranze decisero uno sciopero che non aveva come scopo rivendicazioni salariali, ma era una protesta contro il regime di Salò, contro l'occupazione nazista e contro una guerra che durava da troppi anni. Tutto ciò non era detto esplicitamente, ma essendo lo sciopero illegale e vietato, le autorità comprendevano benissimo le vere motivazioni dell'astensione dal lavoro e tentarono di convincerci a rinunciare. Inutilmente. Scioperammo non solo noi, ma gran parte di coloro che lavoravano nelle fabbriche liguri e in molte città del Nord Italia. E non si trattava solo cli operai, ma anche di impiegati e persino dirigenti.
La mattina dello sciopero entrarono nello stabilimento i fascisti e ingiunsero a me e ad altri di riprendere subito il lavoro; al nostro rifiuto ci minacciarono e non lo fecero invano perché pochi giorni dopo molti di noi furono arrestati, tradotti nelle carceri e poi deportati in un campo di lavoro in Germania. Qui trascorsi molti mesi. Fame, freddo, botte, lavoro massacrante, malattie uccisero molti di noi; io mi salvai, ma al momento della Liberazione pesavo poco più di 40 chili, tanto che mia madre, pur avvisata del mio ritorno da un compagno di prigionia che mi aveva preceduto, stentò a riconoscermi. Ancora oggi porto le conseguenze di quelle sofferenze e mi è rimasta una sordità grave ad un orecchio. Per anni, come molti altri sopravvissuti, non volevo né potevo parlare della mia terribile esperienza, in parte perché temevo non mi avrebbero creduto, in parte perché il ricordare mi causava troppo dolore."
Molti cairesi conobbero la drammatica esperienza dei campi di concentramento e 14 di loro non fecero più ritorno a casa.
Parole della signora Maria Bolla, presidente dell'A.N E.D., Associazione Nazionale Ex Deportati Politici
"Nei campi di concentramento e di sterminio soffrirono inaudite sofferenze e morirono soprattutto coloro che il nazismo considerava diversi dalla "razza pura" e quindi inferiori: ebrei, zingari, omosessuali, testimoni di Geova, malati psichici. La maggior parte di loro non tornò a casa, poiché la vita media in un lager era di circa sei mesi. Resistevano maggiormente alla disumanizzazione compiuta dagli aguzzini coloro che avevano una fede, religiosa o politica, che consentiva di mantenere anche in quell'atroce situazione ideali e valori in cui credere. Talora era un'abilità, una competenza, di cui i tedeschi avevano bisogno, a salvarli; mio padre, che era partigiano, fu catturato e mandato in un campo dì concentramento dove vi era un direttore che amava la cultura e, poiché mio padre aveva fatto studi classici, divenne ben presto una compagnia ricercata per parlare di letteratura e arte. Questo comportò dei privilegi che gli salvarono la vita: cibo più abbondante, lavoro meno duro, maggior riposo."
Tutta la documentazione inserita in questa sezione e nella sezione “Cairo e il novecento” è stata tratta dalla pubblicazione “Per le vie di Cairo” realizzata nell’anno scolatisco 2004/2005 dai ragazzi dell’Istituto Secondario di 1° Grado “G.C. Abba” di Cairo.
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